PNRR ? È meglio la Moneta Fiscale

Stefano Sylos Labini

Il PNRR, così propagandato dal governo e dai mass media, sta conseguendo risultati modesti in termini di investimenti e di Pil.

Se guardiamo questa tabella in cui ci sono i dati su Pil e investimenti (tassi di variazione annuali) e sul rapporto debito/Pil possiamo toccare con mano che l’impatto del PNRR sull’economia italiana è stato risibile.

Per esaltare i risultati economici del governo Meloni gli analisti fanno la media degli anni 2021/25. Peccato che il periodo vada diviso in due parti: il 2021/23 quando erano in vigore i crediti fiscali trasferibili nell’edilizia e il 2024/25 quando è stata eliminata la trasferibilità dei crediti fiscali e l’impatto del PNRR sarebbe dovuto essere molto evidente.

Ebbene nel periodo 2021/23 c’è stata una forte crescita degli investimenti e del Pil con l’eccezione del 2023: il 2023 è da approfondire visto che gli investimenti sono andati forte ma la crescita del Pil è stata molto debole.

Nel periodo 2024/25 gli investimenti sono crollati e il Pil è aumentato dello zero virgola eppure – a quanto pare – sarebbero stati spesi circa 100 miliardi di euro di fondi del PNRR. Anche per il 2026 la crescita del Pil stimata si aggira intorno allo 0,7 / 0,8 %.

I diversi andamenti degli investimenti e del Pil si sono riflessi sul rapporto debito/Pil: dal picco della pandemia al 2023 questo rapporto è crollato di 20 punti % mentre negli anni 2024 e 2025 ha ripreso ad aumentare proprio a causa della crescita debolissima del Pil.

Ora stanno uscendo fuori dei dati sul PNRR per cui dovremo pagare cifre consistenti per interessi.

Arrivati a questo punto è lecito domandarsi se non era meglio puntare sui crediti fiscali trasferibili che potevamo gestire noi senza condizionamenti esterni e senza pagare interessi.

Purtroppo l’intera classe politica continua a gettare fango sulla Moneta Fiscale oppure evita di parlarne perché l’argomento è diventato un tabù. La Moneta Fiscale nasce nel momento in cui gli sconti fiscali sono trasferibili e possono circolare liberamente nell’economia. Da decenni lo Stato emette sconti / crediti d’imposta / detrazioni fiscali, l’innovazione è stata quella di farli circolare. In tal modo possono essere scambiati contro euro oppure contro merci e servizi aumentando immediatamente il potere d’acquisto dell’economia.

Si tratta di titoli che hanno un valore certo e sicuro poiché permettono di scontare le tasse. Se fossero frazionabili al centesimo di euro e fossero riportabili successivamente alla data di scadenza, potrebbero essere usati per fare qualsiasi tipo di acquisto e verrebbe meno la necessità di portarli in compensazione.

Tenere fermi i crediti fiscali è antieconomico, infatti se possono circolare faranno crescere il Pil e quindi il gettito fiscale. In questo modo stiamo creando un mezzo di pagamento a circolazione interna e ad accettazione volontaria pienamente legittimo nell’eurozona che ci può permettere di abbattere il rapporto debito/Pil con una politica economica espansiva.

Nel 2026 è prevista l’emissione di svariati crediti di imposta per investimenti strutturali e innovativi a cui si aggiungono anche quelli per i lavori di ristrutturazione edilizi: perché non devono circolare? Se rimangono fermi è come se non esistessero finché non vengono portati in compensazione.

Se il motivo sta nel fatto che secondo Eurostat i crediti fiscali trasferibili fanno aumentare il deficit all’emissione, ebbene si tratta di un grande inganno perché se tali crediti non danno il diritto al rimborso cash per la parte che non viene portata in compensazione, avranno un impatto sul bilancio pubblico solo al momento in cui vengono esercitati. Così è stabilito nel SEC2010 che rappresenta il regolamento di riferimento sulla contabilità dei paesi dell’eurozona.

Nel SEC2010 un credito fiscale è non pagabile quando non esiste un obbligo per lo Stato di pagare alcunché a qualcuno: quest’assenza di obbligo non è inficiata dai passaggi di proprietà del credito resi possibili dalla trasferibilità. Ciò significa che secondo il SEC2010 un credito fiscale che non dà il diritto al rimborso cash può anche essere scambiato un milione di volte e non essere perso ma rimarrà non pagabile e quindi non farà aumentare il deficit all’emissione.

La Moneta Fiscale è l’unica possibilità che abbiamo per recuperare autonomia nella politica economica in tempi brevi. E’ sconcertante che nessuno ne parli mentre si continua ad invocare l’Europa federale che richiede una Costituzione europea e un Presidente degli Stati Uniti d’Europa eletto dal popolo. Uno scenario oggi impensabile.

Un commento sulla Memoria scritta di Istat presentata alla VI Commissione Finanze Camera dei deputati 2 marzo 2023

Stefano Sylos Labini


Secondo ISTAT il principio di “pagabilità” deve essere inteso in un’accezione più ampia del rimborso diretto e immediato da parte della Pubblica Amministrazione.
Nella memoria è scritto:
“Nel caso in cui esista una ragionevole certezza che, nel corso del tempo, il credito sarà utilizzato nella sua interezza (e, quindi, non perso), lo stesso è da ritenersi “pagabile” da registrarsi come spesa delle Amministrazioni pubbliche (sebbene lo Stato non paghi neppure un centesimo – NdR) …
…Poiché la cessione a terzi, di fatto, aumenta considerevolmente la possibilità di utilizzo del credito, la stessa deve intendersi come un indizio di fruibilità completa…
…Alla luce di ciò, Istat ha concordato con Eurostat una riclassificazione dei Superbonus e del Bonus facciate come “pagabile”, a partire dalla pubblicazione dei Conti Nazionali del 1 marzo 2023”.
Quindi secondo Istat, in accordo con Eurostat, un credito fiscale può essere classificato come pagabile se esiste una ragionevole certezza che il credito non sarà perso perché la cessione a terzi deve intendersi come un indizio di fruibilità completa.
Si tratta di una classificazione che può essere verificata solo ex post in quanto i dati sui crediti che andranno persi saranno noti solo quando tali crediti saranno portati in compensazione. Inoltre, è proprio un credito fiscale che non può circolare ad avere una più alta probabilità di essere sfruttato integralmente: se il committente ha una capienza fiscale di 50.000 euro perché dovrebbe prendersi 100.000 euro di crediti fiscali sapendo che non potendoli cedere ne sfrutterà solo 50.000? Si prende solo i crediti che può portare in compensazione e il resto dei lavori lo fa in nero oppure li paga con fatture separate. Dunque il discorso sulla trasferibilità e sulla relativa “non perdibilità” è assolutamente arbitrario e contraddittorio e ha creato una grande confusione sulla classificazione dei crediti fiscali.
Istat afferma che le evidenze fornite dal MEF e dall’Agenzia delle Entrate sull’utilizzo di questi crediti negli anni 2021 e 2022 (relativi alle spese sostenute nel 2020 e 2021) hanno mostrato che solo una quota ritenuta trascurabile dei crediti del superbonus e del bonus facciate è stata persa.
Per i gli altri bonus edilizi ad aliquota ordinaria, invece, Istat sostiene che una quota rilevante dei crediti sia stata persa: per questo possono essere classificati ancora come “non pagabili”.
Naturalmente Istat non ha fornito nessun dato sui crediti fiscali che sono stati persi sia per il superbonus e il bonus facciate sia per gli altri bonus ordinari.
In conclusione, la classificazione adottata da Istat con il consenso di Eurostat è priva di qualsiasi dato a supporto ed è in contrasto con ciò che è stato stabilito nel SEC2010 per cui un credito fiscale è pagabile se l’importo del credito che eccede il debito di imposta viene pagato al beneficiario. Dunque se il credito fiscale è pagabile esiste l’obbligo da parte dello Stato a pagare.

Al contrario, nel SEC2010 un credito fiscale è non pagabile quando non esiste un obbligo per lo Stato di pagare alcunché a qualcuno: quest’assenza di obbligo non è inficiata dai passaggi di proprietà del credito resi possibili dalla trasferibilità. Ciò significa che secondo il SEC2010 un credito fiscale che non dà il diritto al rimborso cash può anche essere scambiato un milione di volte e non essere perso ma rimarrà non pagabile.
Bisogna fare luce su questa triste vicenda che ha distorto il rapporto deficit/Pil degli anni passati e continuerà a influenzarlo nel futuro.

Stefano Sylos Labini

Laureato in geologia all’Università La Sapienza di Roma nel 1985, dopo un periodo di studio in Giappone, si è specializzato in geomorfologia e sismotettonica. In questo ambito ha studiato il bacino de L’Aquila e lo Stretto di Messina. Ricercatore all’ENEA dal 1989, dopo aver trascorso un periodo di studio all’Università di Berkeley su temi di economia internazionale, si è occupato di trasferimento tecnologico nell’Agenzia per l’innovazione, società partecipata da ENEA e Mediocredito centrale. Successivamente ha approfondito temi relativi a energia e ambiente collaborando con il Centro Europa Ricerche fondato da Giorgio Ruffolo, con la Svimez e con la Commissione europea. Dal 2011 si è dedicato ad analisi di economia finanziaria e monetaria pubblicando con Giorgio Ruffolo articoli su la Repubblica e il libro “Il film della crisi” edito da Einaudi e dal 2014 ha lavorato sul progetto della Moneta Fiscale.

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CONSIDERAZIONI SPICCIOLE SUL BILANCIO PUBBLICO

Di Giampaolo Zanaboni

In questo post analizzo i dati della manovra economica dell’anno scorso, 2024, con quella di quest’anno, 2025; il tutto lo metto a confronto con il rapporto della Corte dei Conti, che ogni anno ci delizia coi suoi graziosi rapporti sul bilancio dello Stato, che dovrebbero suggerire a tutti, popolo ed esimie autorità, le opportune considerazioni per quanto riguarda i “dubbi di compatibilità con i principi contabili di veridicità, attendibilità, correttezza e trasparenza” che, come gentilmente ci ricorda la Corte, emergono ogni anno quando i magistrati contabili si immergono nella lettura dei dati consolidati del bilancio pubblico, confrontandoli con le stime e previsioni che il governo propone nei documenti relativi alla manovra di bilancio.

Infatti, come tutti sanno ( ma forse non lo sa nessuno; in tal caso lo ricordo in queste misere righe), una cosa sono le previsioni del governo messe nero su bianco nei documenti della manovra di bilancio, mentre ben altra cosa sono i dati consolidati che emergono successivamente, ad anno fiscale chiuso, in cui la Corte dei Conti ficca il naso nei conti, per l’appunto: e lì emergono le eventuali discordanze tra le cifre proposte e previste dal governo, e la dura realtà.

In questo post mi limito ad analizzare pochi dati, questi:

– il PIL previsto nel 2024 nella NADEF 2023, che era di 2.130,50 miliardi di euro.

– il PIL indicato per l’anno 2024 nel DPFP 2025, che è di 2.199,62 miliardi di euro.

Già qui sembra ci sia una buona notizia: le previsioni effettuate a suo tempo dal governo per l’anno 2024 per quanto riguarda il PIL mostrano una crescita di 69,12 miliardi (2.199,62 – 2.130,50), il che non è per niente male. Anzi, si tratterebbe di un’ottima notizia, per la quale il governo ha manifestato grande soddisfazione, per cui le agenzie di rating hanno migliorato sensibilmente le loro valutazioni.

Tuttavia, il governo è l’oste, e chiedere all’oste se il vino è buono, ovvero leggere i suoi documenti, sappiamo che la risposta potrebbe non essere del tutto coerente con la realtà.

Infatti, lo scopo dei magistrati contabili della Corte dei Conti è per l’appunto quello di verificare la qualità del vino, ovvero la corrispondenza delle previsioni del governo con i dati effettivi presenti nei conti dello Stato l’anno successivo, dopo la chiusura dell’anno fiscale, quando, se la matematica non è un’opinione, si dovrebbero rilevare sostanziali conferme delle previsioni del governo, oppure altro.

Ebbene, questi sono i numeri rilevati dalla Corte dei Conti nel cosiddetto “magazzino fiscale”, ovvero quel “bidone” contenente le imposte e tasse che i cittadini contribuenti e soggetti fiscali che avrebbero dovuto versare fin dal lontano anno 2000, ma che invece non l’hanno fatto (maledetti evasori caini!):

– alla fine dell’anno fiscale 2023 il magazzino fiscale ammontava a 1.294,19 miliardi di euro.

– alla fine dell’anno fiscale 2024 il magazzino fiscale ammontava a 1.365,47 miliardi di euro.

La differenza tra 1.365,47 e 1.294,19 fa 71,28 miliardi, che, guarda caso ( e che caso!), è quasi esattamente uguale a ciò che il governo ci ha gentilmente esposto nei documenti relativi alla manovra di bilancio (NADEF prima, e successivamente DPFP) per l’anno 2024, che era di 69,12 miliardi. 71,28 miliardi sono un po’ di più, ma, com’è noto, “abbondandis in abbondandum”, come diceva Totò.

La giustificazione di tali discrepanze è sempre stata quella che esiste l’evasione ed elusione fiscale, per cui si genera la differenza tra i dati del governo e quelli della Corte dei Conti. Tuttavia, come ho esposto in altri post, il problema maggiore è dato dal sistema fiscale, per cui è previsto che il contribuente debba versare acconti sulle imposte dovute, che però non è assolutamente detto che un’impresa abbia tale sviluppo economico. Infatti ogni anno ci sono fior di sgravi per indebito e quote annullate, per imposte previste, ma non reali, non effettivamente dovute, ovvero relative a previsioni del governo errate, che immancabilmente i “coperchi” della Corte dei Conti rilevano sulle “pentole” del governo, cosa che emerge nella dura realtà del cosiddetto “magazzino fiscale”.

CONCLUSIONE

È da decenni che i vari governi, destri o sinistri che siano, ci rifilano previsioni sui conti pubblici che immancabilmente non trovano riscontro nella realtà, per cui la Corte dei Conti con altrettanta puntualità ci espone i suoi “dubbi di compatibilità con i principi contabili di veridicità, attendibilità, correttezza e trasparenza” che devono risultare in qualunque bilancio contabile, a maggior ragione su quello pubblico.

I magistrati contabili parlano di semplici dubbi di fronte a un iceberg di 1365 miliardi di euro. Dubbi! La galera, altro che dubbi!

Anche quest’anno le rosee previsioni del governo sono finite nel magazzino fiscale, quell’inferno contabile che viene usato per camuffare le prese per i fondelli contabili di ultradecennale memoria, ai danni dei conti dello Stato, e sono certo che anche le previsioni di quest’anno faranno la stessa fine, salvo peggiorare, cosa di cui sono altrettanto sicuro che avverrà.

Come si fa a rimediare a uno scempio simile? Come può certa gente andare a letto e dormire con la coscienza tranquilla, e la mattina successiva guardarsi allo specchio e non pensare a questi numeri, e all’inferno contabile che rappresentano?

In foto Giampaolo Zanaboni

Rimborso dei crediti fiscali Superbonus e Bonus Facciate divenuti pagabili.

Il problema

Da Febbraio 2023 i crediti fiscali trasferibili ‘Superbonus e Bonus Facciate’ sono divenuti ‘pagabili’ a causa del loro cambio di classificazione contabile.

Il Governo Meloni ha continuato a farli fruire come crediti fiscali ‘non-pagabili’/’non esigibili’ violando cosi il regolamento apicale europeo Sec2010/Esa2010.

Nonostante suddetto regolamento vieti lo spreco di un credito fiscale divenuto pagabile e ne consenta la riportabilità negli anni successivi e il rimborso cash per la parte eccedente la capacità fiscale di una società o di una persona fisica, il Governo attuale non rispetta nessuna di queste condizioni e li fa sprecare in quantità sconvolgente. Si parla di decine di MLD di euro.

Soldi veri e propri che vengono fatti perdere volutamente dal Governo italiano in modo illegale da chi ha investito credendo nella buona fede di una legge emanata dallo Stato Italiano (Decreto Rilancio 2020).

Tutto questo è inaccettabile!

Ti chiediamo di firmare questa petizione per aiutarci a portare questo enorme illecito presso le più alte sfere del Parlamento Italiano e i tribunali nazionali, contribuendo cosi a salvare molte famiglie destinate in altro modo a finire completamente sul lastrico.

Il Team L’Alba di una Rinascita Sociale

https://www.change.org/p/rimborso-dei-crediti-fiscali-superbonus-e-bonus-facciate-divenuti-pagabili?recruiter=1251969475&recruited_by_id=c40b7cd0-8204-11ec-af61-6b3513de262c&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink

Come il MEF falsifica il Documento programmatico di finanza pubblica

E’ tutto falso, quanto stimato dal governo sul deficit al 3% del PIL nel 2025 è un trucco contabile, il vero dato è 4,9%.

Il governo prosegue nell’azione del falso in bilancio dei conti pubblici. In questo caso parliamo, per il momento, di tentato falso in bilancio, dato che il Consiglio dei Ministri il 2 ottobre 2025 ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica che sostituisce la Nadef.

Nel documento Dpfp i dati principali sono i seguenti:

PIL in crescita di 0,5%

Rapporto deficit PIL 3%.

Ora vi spiego in modo sintetico come si consuma il falso in bilancio nei conti pubblici da due anni a questa parte.

I crediti fiscali del superbonus e del bonus facciate sono compensati dai contribuenti rispettivamente in 4 e 10 anni.

Sono nati come crediti non pagabili, da rendicontare a deficit per ogni anno di compensazione.

Il Regolamento Europeo, apicale, prevede che i crediti pagabili sono quei crediti che per l’eccedenza della capacità di compensazione del beneficiario gli sono rimborsati dallo Stato e non si spreca neppure un cent. Per tale motivo essendo un credito di utilizzo certo, sono una spesa certa per lo Stato e sono da rendicontare nei conti pubblici alla loro emissione, cioè nell’anno di generazione.

Eurostat, in modo arbitrario, ha inventato un nuovo principio di classificazione dei crediti di imposta trasferibili, introducendo il principio di probabilità.

Se per via della trasferibilità detti crediti d’imposta si prossimano al loro intero utilizzo (prossimo al 100%) e lo spreco è marginale (prossimo allo 0%) si definiscono pagabili e si rendicontano nei conti pubblici nell’anno di loro emissione.

Al contrario, seppur essere trasferibili, i crediti che presentano uno spreco non marginale, detti crediti sono da classificare non pagabili e si rendicontano nei conti pubblici nelle specifiche successive annualità di compensazione.

E’ evidente che lo spreco dei crediti superbonus e bonus facciate non si prossima allo zero e non è marginale. A parte ciò che hanno perso imprese e liberi professionisti, per legge del 2024 (retroattiva) ai cittadini committenti che hanno pagato i lavori è stato vietato di poter cedere i crediti dagli stessi generati. Pertanto lo spreco è rilevante, dato che la media della capacità fiscale dei cittadini è estremamente inferiore rispetto al costo medio delle opere superbonus e bonus facciate – pro rateo. Pertanto essendo stato loro per legge impedito di cedere i crediti verso chi ha la capacità fiscale di compensazione, i committenti hanno perso fette rilevanti di crediti fiscali. Da ciò deriva che i crediti superbonus e bonus facciate sono da classificare non pagabili e da rendicontare nei conti pubblici per principio di cassa, cioè in ciascun anno successivo lo loro generazione di compensazione, 4 e 10 anni.

Veniamo ai numeri.

Bonus Facciate, crediti generati dal 2020 al 2022 ammontano a 25,7 miliardi di euro, 10 anni di compensazione, quindi all’anno incidono per 2,57 miliardi.

Superbonus (eco e sisma), crediti generati nel 2020/2021 ammontano a 17,78 miliardi di euro, 5 anni di compensazione (dall’anno successivo sono divenuti 4), quindi all’anno incidono per 3,56 miliardi.

Superbonus (eco e sisma), crediti generati nel 2022 ammontano a 57,86 miliardi di euro, 4 anni di compensazione, quindi all’anno incidono per 14,66 miliardi.

Superbonus (eco e sisma), crediti generati nel 2023 ammontano a 84,51 miliardi di euro, 4 anni di compensazione, quindi all’anno incidono per 21,13 miliardi.

Il totale del “rateo” che incide sul 2025 è pari a €. 42,09 miliardi. Ecco questo rateo a deficit non è stato inserito dal Governo nel 2025.

Il PIL 2024 è stato pari a €. 2.199,619 miliardi.

La crescita stimata è dello 0,5% pertanto nel Documento programmatico di finanza pubblica il PIL 2025 dovrebbe attestarsi a €. 2.210,617 miliardi.

Dato che il governo ha stimato il deficit al 3% del PIL, nel 2025 il deficit sarebbe di €. 66,32 miliardi, in avanzo primario se decurtati gli oneri finanziari del debito pubblico.

Ora, dato che sono stati omessi a spesa nel deficit €. 42,09 miliardi di rateo 2025 di incentivi fiscali SB e BF che dovrebbero essere compensati dai beneficiari, il deficit del 2025 dovrebbe essere €. 66,32 miliardi (stima MEF) + €. 42,09 miliardi (incentivi) = deficit 108.41 miliardi e cioè al 4,9% del PIL. Altro che 3%

Paradossalmente, per gli stessi motivi nel 2023 il rapporto deficit su PIL è risultato falsamente a 7,2% mentre in verità è del 3,7% e non saremmo finiti in procedura di infrazione per deficit eccessivo. Di fatti nel deficit 2023 sono stati rendicontati a spesa 84 miliardi di crediti SB e BF generati in quell’anno, mentre la loro compensazione e quindi la spesa si concretizza nei 4 anni successivi.

Ora vi potete rendere conto del motivo per il quale dal 2024 in poi il rapporto deficit su PIL cala falsamente, mentre il rapporto debito su PIL cresce, e il Governo si fa bello sul FALSO!!!!!

L’attacco alla libera circolazione dei crediti fiscali

Stefano Sylos Labini

Abbiamo lanciato i crediti fiscali trasferibili per primi e poi li abbiamo eliminati mentre negli Stati Uniti questo strumento finanziario è in espansione e ha catalizzato 500 miliardi di $ di investimenti a partire dal 2022, anno della loro introduzione per finanziare la transizione ecologica

I crediti fiscali trasferibili, che ci consentivano di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati, sono stati affossati dai governi Draghi e Meloni. Al riguardo è interessante rileggere le dichiarazioni di Mario Draghi, Giancarlo Giorgetti e Alberto Bagnai.

Nel suo ultimo intervento in Senato a luglio 2022 Mario Draghi aveva affermato: “Sul superbonus voi sapete quello che ho sempre pensato, ma il problema non è il superbonus, il problema sono i meccanismi di cessione che sono stati disegnati: chi ha disegnato quei meccanismi di cessioni senza discrimine e senza discernimento, lui o lei o loro sono i colpevoli di questa situazione in cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti”.

Dunque, il problema non era l’incentivo al 110% e neppure che ne avevano usufruito le fasce benestanti quando bisognava fare un intervento più mirato. No, il problema era la circolazione dei crediti fiscali: questi crediti non dovevano circolare. Dovevano rimanere fermi fino alla scadenza. Infatti Draghi aveva imposto un limite di tre sole cessioni creando problemi enormi alle imprese che volevano scambiare e monetizzare i crediti fiscali.

Nel novembre 2022, il ministro dell’Economia Giorgetti aveva dichiarato: “Ci sono osservazioni da parte di soggetti esterni…Stiamo attenti, evitiamo di dire che questi crediti di imposta devono circolare liberamente. Non dobbiamo proprio dirla questa cosa qua, è meglio per tutti e per lo Stato italiano in particolare”.

Questa dichiarazione faceva trasparire un avvertimento minaccioso svelando il vero motivo dell’attacco alla trasferibilità dei crediti di imposta. Secondo diversi commentatori i crediti d’imposta generati dai bonus edilizi nel momento in cui possono circolare liberamente nell’economia vengono considerati dalla BCE come una pericolosa forma di moneta fiscale.

In un intervento al Parlamento nel 2024 il senatore della Lega Bagnai aveva affermato: “la circolazione dei crediti fiscali creava moneta… l’introduzione di una circolazione di moneta fiscale parallela su scala nazionale sarebbe stata avversata in tutti i modi”.

Sarebbe stata avversata ma non è affatto illegale e quindi non poteva essere tolta di mezzo con metodi “legali” in quanto i crediti fiscali trasferibili sono pienamente legittimi all’interno della normativa dell’eurozona.

E’ sconcertante che nell’era del neoliberismo fondato sulla libera circolazione dei capitali, sia stata eliminata la libera circolazione dei crediti fiscali che sono titoli di Stato a rischio zero per il mercato poiché danno il diritto a scontare le tasse. Il mercato in modo libero e autonomo decide di scambiarli su base volontaria in cambio di merci e servizi oppure di euro.

Una Moneta Fiscale per tornare a crescere

Stefano Sylos Labini*

La pressione verso l’aumento delle spese militari e la guerra commerciale scatenata dall’Amministrazione Trump insieme a costi dell’energia molto elevati, stanno pregiudicando la crescita dell’economia italiana. Non abbiamo capacità di intervento, il debito comune europeo è avversato dai paesi nordici e aspettare che l’euro crolli è una follia. Nel frattempo abbiamo distrutto l’unico strumento che ci consentiva di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati: i crediti fiscali a libera circolazione che potevano essere sfruttati non solo per gli interventi di ristrutturazione edilizia ma anche per gli investimenti industriali e per l’acquisto di impianti e beni ad elevata efficienza energetica.

Sono stati sollevati diversi pretesti per stroncare la circolazione dei crediti fiscali.

  1. I crediti fiscali trasferibili creavano una moneta parallela illegale.
  2. La circolazione dei crediti fiscali stava portando l’Italia in bancarotta.
  3. I crediti fiscali trasferibili facevano aumentare il deficit pubblico all’emissione.
  4. La circolazione dei crediti fiscali alimentava le truffe.
  5. I crediti fiscali trasferibili avevano fatto aumentare i prezzi nell’edilizia.
  1. Falso. I crediti fiscali sono titoli di Stato che consentono di scontare le tasse. Il mercato decide liberamente di accettarli e scambiarli contro merci, servizi o euro su base volontaria. Questo meccanismo non mette in discussione l’euro come moneta unica a corso legale.
  • Falso. I crediti fiscali trasferibili hanno sostenuto settori strategici come l’edilizia e le filiere industriali correlate, specialmente durante la crisi economica legata alla pandemia. Il rapporto debito/PIL italiano è sceso dal 154,1% al 134,6% tra il 2020 e il 2023, a fronte di una riduzione molto più contenuta in Francia (dal 115% al 111%). La circolazione dei crediti fiscali stimola l’economia perché permette di sfruttare lo sconto in fattura e di ottenere rapidamente liquidità aggiuntiva. Se venisse ripristinata la libera circolazione dei crediti fiscali, gli effetti nefasti che vengono paventati sul futuro andamento dei conti pubblici svanirebbero. Poiché i crediti fiscali emessi nel settore edilizio sono spalmati su cinque o dieci anni, il loro impatto sulla crescita dell’economia va ben oltre il completamento dei lavori, andando ad esaurirsi nel momento in cui vengono portati in compensazione. Più i crediti fiscali circoleranno, maggiori saranno i benefici per l’attività economica e per le entrate dello Stato.
  • Falso. I crediti fiscali dei bonus edilizi sono “non pagabili” in quanto lo Stato non li rimborsa in denaro. L’impatto sul bilancio pubblico si verifica solo quando vengono utilizzati per compensare tasse e non quando vengono emessi. Questo è chiaramente stabilito dal regolamento SEC2010 sulla contabilità europea.
  • Falso. Le truffe si verificano durante l’assegnazione dei crediti fiscali, spesso a causa di documenti falsi che attestano lavori inesistenti. L’Agenzia delle Entrate conosce i beneficiari dei crediti, ma dovrebbe rafforzare i controlli preventivi per evitare tali frodi. La cessione del credito avviene solo dopo la sua maturazione, momento in cui eventuali truffe si sono già consumate. Le frodi registrate negli ultimi anni sono state causate principalmente dall’assenza di controlli adeguati sui bonus fiscali e dalla scarsa vigilanza del Fisco, soprattutto nei casi di grandi interventi di ristrutturazione.
  • Parzialmente vero. L’incertezza sulle proroghe degli incentivi ha fatto esplodere la domanda causando l’aumento dei prezzi. Questo effetto si è sommato all’incremento dei costi energetici e alle difficoltà di approvvigionamento post-Covid. Inoltre l’incentivo del 110% ha tolto la spinta a negoziare sui costi dei lavori, per questo si poteva abbassare al di sotto del 100% e si poteva differenziare in funzione delle aree residenziali: nelle periferie, nelle aree distrutte dai terremoti e nelle zone alluvionate doveva essere più alto.

Per concludere, i crediti fiscali trasferibili permettono di finanziare l’economia senza emettere debito pubblico tradizionale, riducendo la dipendenza dai mercati finanziari. Questo è il vero motivo dell’opposizione: la Moneta Fiscale offre un’alternativa concreta per recuperare autonomia nella politica economica e ridurre il rapporto debito/Pil che da trent’anni sta condizionando la politica economica del nostro Paese.

* Gruppo Moneta Fiscale

Foto: Stefano Sylos Labini Gruppo Moneta Fiscale

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ANALISI AUMENTI MATERIALI DA COSTRUZIONE CAUSATI DAL SUPERBONUS

L’argomento in esame è lo studio effettuato da Banca d’Italia dal titolo “Il ruolo del Superbonus nella crescita dei costi delle costruzioni in Italia”, pubblicato il 20 dicembre 2024. Link:

https://www.bancaditalia.it/…/qef/2024-0903/index.html…

In detto studio ho rilevato delle inesattezze, pertanto mi permetto di esternare le mie misere osservazioni.

Rilevo che lo studio della Banca d’Italia è basato su un modello empirico. Infatti, cito dallo studio medesimo (tradotto con Google):

«Questi costi hanno iniziato a salire nel 2021, poiché il Superbonus è diventato sempre più comunemente utilizzato nelle ristrutturazioni edilizie. Stimando un modello empirico, scopriamo che circa la metà dell’aumento totale dei costi di costruzione italiani tra settembre 2021 e dicembre 2023 può essere attribuito al Superbonus.»

Per sua definizione stessa, un modello empirico è basato sull’esperienza pratica e immediata, quindi valutando i dati immediatamente disponibili. Tuttavia un dato non ha alcun valore se non è messo al confronto con un altro dato di grandezza paragonabile.

Ebbene, esaminiamo i dati disponibili nello studio:

– Lo studio suddetto esamina un periodo compreso tra settembre 2021 e dicembre 2023.

– In detto periodo il grafico pubblicato evidenzia che i prezzi sono aumentati di circa il 13%.

– Lo studio, attraverso il modello empirico usato, valuta che circa la metà dell’incremento dei prezzi è stato causato dal superbonus.

Perbacco! E i dati di confronto dove sono? Se non si confronta un dato con un altro di grandezza paragonabile, uno studio fatto in tale maniera non solo non vale niente, ma è persino offensivo verso chi legge. O meglio, detto studio non è uno studio, ma solo l’esposizione di opinioni. Opinioni del tutto legittime, intendiamoci, ma si tratta di una cosa tutta da dimostrare, e, molto probabilmente, leggendo quanto segue, si tratta anche di opinioni facilmente confutabili.

Cioè, mi spiego: sappiamo che il periodo esaminato è stato colpito duramente prima dal blocco dell’economia a causa della pandemia: impianti fermi o fortemente limitati nella produzione e lavoro; trasporti idem; prezzi dell’energia che si sono impennati; tensioni geopolitiche, ovvero guerra e sanzioni relative all’Ucraina; eccetera.

In altri termini, il periodo esaminato ha colpito duramente l’Italia e l’Europa. In Italia c’è stato il superbonus, ma in Europa? Cos’è successo in Europa? Nello studio tale confronto tra i dati italiani e quelli europei non c’è.

Ovvero, in Italia c’è stato il superbonus, e lo studio dice in sostanza che circa la metà del 13% di aumento di prezzi è colpa sua. In Europa c’è stato il superbonus? Non lo so, ma non credo.

A onor del vero, nello studio in esame vengono esposti i dati in forma di grafico nelle Figure 2 e 3, che riguardano il settore immobiliare dell’area euro, Germania, Francia e Italia, specificamente investimenti, costi di costruzione, indice carenze materiali e tempi di consegna, valore aggiunto e salari. Ma poi lo studio prosegue con il citato modello empirico, spiegandone la struttura e la logica, ma usando come base di valutazione il dato ISTAT dei costi di costruzione – Construction Cost Index (CCI), che, come si intuisce, è un dato che riguarda l’Italia. E i dati dell’Europa, della Germania e della Francia dove sono finiti? Non si sa. Il confronto coi dati dei paesi europei non viene fatto, ma il costrutto logico avviene solo sul CCI, il modello empirico si basa sul CCI.

Lo studio prosegue, indicando che viene fatto un controllo dei risultati valutando il dato PMI del settore delle costruzioni dell’area euro; di questo controllo ne viene fornita una spiegazione del relativo metodo usato. Cito (tradotto con Google):

«Verifichiamo quindi la robustezza dei nostri risultati rispetto a vari controlli. In particolare, sostituiamo il PMI del settore delle costruzioni dell’area dell’euro con una variabile che avrebbe tracciato l’attività “normale” del settore delle costruzioni italiano, ovvero un proxy per le dinamiche plausibili della produzione delle costruzioni che si sarebbero presumibilmente verificate dal 2020 in assenza del SB (colonna 6).11 Per quanto riguarda i tempi di consegna, utilizziamo il PMI correlato a livello dell’area dell’euro anziché l’indicatore per l’Italia come nella specifica del benchmark e il coefficiente di interesse rimane simile.»

Ho molti dubbi sul fatto che tale sistema sia efficace ed efficiente per la valutazione dell’impatto del superbonus sulla dinamica dei prezzi. Il motivo è semplice: se noi accediamo alla base dati Eurostat relativa ai prezzi del le costruzioni, “Construction producer prices or costs, new residential buildings – annual data”, link:

https://ec.europa.eu/…/view/sts_copi_a/default/table…

Troviamo i dati dei prezzi delle costruzioni. Ebbene, il dato medio europeo, area euro, 20 paesi, per quanto riguarda i prezzi delle costruzioni, si passa dal 2021 espresso come valore 100, al valore di 111,9 a fine 2022, e al valore di 119,6 a fine 2023.

A campione elenco alcuni paesi, valore di partenza del 2021 sempre 100: il valore a fine 2023 è:

– Germania 126,1

– Francia 114,1

– Spagna 115,0

– Italia 110,8

– Bulgaria 180 (qui non c’è l’euro)

– Svizzera 110,0 (è il dato più basso)

Si evince pertanto che il dato italiano è molto più basso della media, e il valore minimo in Europa è quello della Svizzera, che vale 110.

Quindi, fatemi capire una cosa: lo studio in argomento rileva che da settembre 2021 a dicembre 2023 inclusi i prezzi delle costruzioni e ristrutturazioni in Italia sono aumentati di circa il 13%, e, sempre lo studio in argomento asserisce che circa la metà di questo 13% è dovuto al superbonus. Ovvero, se non ci fosse stato il superbonus, in Italia i prezzi delle costruzioni sarebbero aumentati solo del 6 o 7%. Questo dice la Banca d’Italia in questo studio.

Ma il problema è che in Europa la media dei prezzi delle costruzioni dal 2021 al 2023 è stata di un aumento del 19,6%; il dato minimo è quello della Svizzera, con un aumento del 10%. L’Italia ha avuto il 10,8% di aumento dei prezzi. Nessuno, dico nessun paese in Europa ha avuto un aumento dei prezzi di solo il 6 o 7%, come invece risulterebbe in assenza del superbonus.

Ma in quali paesi europei è stato applicato il superbonus, o qualcosa di simile e/o equivalente?

Ovvero, nei paesi in cui non c’è stato il superbonus o simili, come si spiega l’aumento di prezzi che c’è stato, per cui praticamente nessun paese ha avuto un aumento di prezzi delle costruzioni inferiore a quello dell’Italia?

CONCLUSIONE

Lo studio in esame non considera i dati oggettivi e disponibili pubblicamente su Eurostat, ma si limita ad analizzare l’impatto che avrebbe avuto il superbonus sui prezzi delle costruzioni in Italia nel periodo dal 2021 al 2023, affermando che circa la metà dell’aumento dei prezzi è stato causato dal superbonus medesimo.

Ebbene, se incrociamo i dati Eurostat relativa all’Europa, all’area euro, ai singoli stati come Germania, Francia, Spagna ecc., con i dati italiani, scopriamo che l’indice dei prezzi in detti paesi ha avuto una crescita persino più alta di quanto avvenuto in Italia, luoghi in cui tuttavia non credo che gli effetti inflattivi del superbonus italiano siano fin lì giunti.

Certo, possiamo anche ritenere che il superbonus italiano abbia fatto schizzare in alto i prezzi in Bulgaria dell’80%, tuttavia nello stesso periodo sono diventato nonno: anche questo a causa del superbonus?

Autore: Giampaolo Zanaboni